L'ideologia della
competitività, l'acqua («oro blu»), l'inevitabilità della globalizzazione,
la mercificazione delle culture.
L’interlocutore è un «europeo»: presidente
del «Fast», fondatore del «Gruppo di Lisbona», docente e autore di testi di
economia politica.
di Francesco Bernardi, Direttore M.C.
Professor Petrella, cos’è il Fast, di cui lei è stato presidente?
«Fast» (Forecasting and Assesment in Science and Technology) è stato un
programma della Commissione europea di previsione e valutazione delle
conseguenze economico-sociali della scienza e tecnologia: circa il lavoro,
l’energia solare, la clonazione delle cellule. Individuati e giudicati i
fenomeni, occorreva operare per scongiurare gli aspetti negativi.
Oggi lei è presidente del «Gruppo di Lisbona», dopo esserne stato
fondatore. Con quale scopo?
Nel 1991 ho fondato il «Gruppo» invitando una ventina di studiosi, impegnati
nella scienza e nella politica, a scrivere un manifesto contro l’ideologia
della competitività: questo perché, lavorando nel «Fast», avevo notato che
in occidente la scienza serviva in grande scala le imprese nazionali e
private sui mercati mondiali. È una perversione che in Italia, per esempio,
lo scopo principale dello sviluppo tecnico, scientifico e politico sia
quello di consentire alle imprese di essere competitive.
Questo discorso, nel «Fast» e nel «Gruppo di Lisbona», è rivolto agli
imprenditori, ai politici o anche alla gente comune?
Il «Fast» aveva come scopo di elaborare una politica della
scienza-tecnologia per i leaders dell’Europa; invece il «Gruppo di Lisbona»
è un’iniziativa per parlare alla gente. Al posto dell’ideologia della
competitività, abbiamo proposto che la scienza e tecnologia creino una
maggiore ricchezza mondiale, con beni comuni, per permettere a tutti il
diritto alla vita.
Vi siete pure dati un appuntamento per il 2020. State conseguendo qualche
risultato?
Abbiamo detto: diamoci 20-25 anni di coscientizzazione, affinché la scienza
e tecnologia consentano a tutti il diritto all’acqua, all’alimentazione,
alla salute. Ma i capi dell’Unione Europea, a partire dalla Commissione
presieduta da Prodi, riaffermano la subordinazione della scienza alla
competitività delle imprese. Nel marzo del 2000, al Vertice di Lisbona, i 15
governi dell’Unione hanno sottoscritto il documento «E Europe» (Europa
elettronica): hanno accolto la tesi che saremmo diventati e economia, e
politica, e sanità, e istruzione. Tutto è elettronico, al servizio della
competitività esasperata.
Di conseguenza lei punta ad una istruzione diversa e mette tutti in
guardia da alcune «trappole». Oggi non vale più l’«io so... quindi posso»?
Vale, eccome! Altrimenti, che ci farei all’università?
Ma ci sono delle trappole. Quali?
La prima trappola è l’istruzione al servizio delle risorse umane, e non
della persona. Si dice: a scuola ci vai per diventare una risorsa redditizia
e sfruttabile sul mercato, non per crescere come cittadino critico.
Seconda trappola: la formazione necessaria è quella che permette di
aumentare la competitività del paese. Quindi c’è una separazione crescente
tra conoscenze «utili» e «non utili». L’«utile» riguarda la finanza, il
marketing, l’informatica. Oggi se, nel consiglio di amministrazione
dell’università, proponi una cattedra di letteratura bizantina, ti deridono
perché «a che serve»? Ma, se sostieni una cattedra per insegnare le tecniche
di riconoscimento della voce... del frigorifero (che, al tuo «apriti!»,
risponde «sì, amore!»), allora tutti ti applaudono.
Piano piano (terza trappola) trasformiamo l’educazione da servizio pubblico
e collettivo ad una attività mercantile, subordinandola alla logica dei
prezzi. La scuola non è più un bene per tutti, ma soltanto di chi paga: è
merce. Grazie ad internet, a distanza non si vende solo il profumo
personalizzato, ma anche il programma educativo. È nata l’università
virtuale, con studenti che pensano di autoeducarsi on line. Una delle
trappole più negative!
Ma ce n’è un’altra più pericolosa ancora: l’educazione come legittimazione
delle disuguaglianze sociali, dovuta alla disparità di conoscenze.
Si dice: poiché tutti hanno pari opportunità iniziali di studiare, se tu non
ce la fai, la colpa è solo tua.
Il che è falso.
Spudoratamente falso, perché di fronte allo studio non c’è par condicio. A
prescindere dal sud del mondo, mi riferisco anche agli studenti del medesimo
quartiere in Europa. I miei figli sono andati a scuola, come quelli
dell’emigrato marocchino (che abita sulla stessa via a Bruxelles), ma con
risultati diversi: e non perché i figli miei siano più intelligenti. Le
ragioni della disparità di rendimento sono altre. In Belgio il 20% degli
studenti frequenta l’università e (guarda caso!) il 92% di costoro
appartiene a famiglie ricche.
Professor Petrella, nel suo libro Il manifesto dell’acqua, lei affronta
un’altra disparità, legata al problema dell’«oro blu», cioè l’acqua. Che
dire dell’«oro blu» in Africa nella tragica guerra dei «Grandi Laghi»?
Nella regione dei Grandi Laghi è evidente che una delle cause del conflitto
è l’accesso alle risorse idriche.
Ma esiste anche il problema mondiale dell’«oro blu», che è un discorso di
dominio. Perché l’acqua è «oro»? Perché è stata mercificata, conferendole il
valore di scarsità, rarità, preziosità... Il 70% dell’uso dell’acqua è per
fini agricoli, il 20% per scopi industriali e il 10% per impiego domestico.
E si dice: siccome l’acqua agricola e potabile è inquinata, bisogna
purificarla. Così diventa «oro» sempre più costoso.
Ma l’acqua da chi è inquinata?
È questo il punto, perché se rimoviamo le cause dell’inquinamento delle
acque, non sarebbe più «oro».
Poi si dice: nei prossimi 20 anni la popolazione nel mondo crescerà di 2
miliardi, con un ingente fabbisogno di acqua, mentre le risorse idriche
resteranno stabili. E chi usa l’acqua? L’occidente consuma l’88% delle
risorse idriche mondiali per l’agricoltura, il cibo, l’igiene, ma anche per
l’industria: occorrono 400 mila litri di acqua per i 3 mila pezzi di
un’auto. Siamo nel settore automobilistico, che copre solo il 20% del mondo
industriale. In media un europeo consuma acqua 80 volte di più di un
asiatico. Quindi 1 milione di italiani consuma acqua quanto 80 milioni di
indiani. Allora il problema non è la crescita demografica nel sud del mondo,
ma la gente nel nord; è la conservazione del sistema economico nel nord,
assetato anche di acqua.
Acqua minerale (imbottigliata) o del rubinetto?
Io parlavo dell’acqua del rubinetto. La minerale esige un’altra riflessione.
Oggi sembrerebbe che il 52% degli europei bevano solo acqua minerale (con
l’Italia in testa), che costa 500-1000 volte di più di quella potabile del
rubinetto. In Italia l’acqua che si beve maggiormente è San Pellegrino
(della Nestlé) e Ferrarelle (Danone). Dati i prezzi, gli affari sono
elevati. Ma bisogna stigmatizzare anche il comportamento dei consumatori.
Inoltre va ricordato che l’acqua del rubinetto è più sana di quella
minerale. Questa, secondo la legge italiana, non è considerata potabile,
bensì terapeutica, che il marketing ha trasformato in bene di consumo. Nelle
acque minerali si possono trovare dosi di arsenico.
Questo è terrorismo psicosociale?... L’attuale sistema economico non
avrebbe alternative. È noto l’acrostico «Tina» (cioè «There is no
alternative»), di cui si fa scudo la globalizzazione. O l’alternativa c’è?
Non esiste l’inevitabilità nei sistemi economici. Se al presente
privatizziamo tutto, non significa che non ci siano progetti economici
alternativi. L’Inghilterra con la Thatcher ha privatizzato le ferrovie, però
oggi discute se nazionalizzarle, perché «i treni sono usciti dal binario»...
Dal 1945 al 1973 vigeva un sistema finanziario internazionale basato sul
cambio fisso, con un tasso di crescita mediamente più confortante rispetto
al 1973-98, quando i cambi non sono più stati fissi e si è imboccata la via
della privatizzazione. Può darsi che si ritorni al sistema precedente...
Il MAI (1) era ritenuto inevitabile, ma fu bloccato. Nel software per ora
vince Microsoft, ma Linus potrebbe prendersi la rivincita, perché nulla è
scontato. Anche «il popolo di Seattle» (a prescindere dalle violenze di
pochi scalmanati) dimostra che la globalizzazione non è l’unico modo di
impostare l’economia.
Il 27 aprile il papa, all’Accademia delle scienze in Vaticano, ha detto che
la globalizzazione a priori non è né positiva né negativa; dipende dall’uso
che se ne fa...
In una valutazione a priori Giovanni Paolo II ha ragione. Però, calandoci
hic et nunc nella realtà, non si può dire che «questa» globalizzazione sia
neutra.
Per questo il papa pone dei limiti: l’attenzione alla persona e il
rispetto di tutte le culture. Diversamente, la globalizzazione è
colonialismo.
Però attenzione al tranello, perché la globalizzazione accetta le diversità
di cultura. Oggi le potenze scientifiche mediatiche ostentano di
valorizzare, per esempio, la religiosità plurimillenaria dell’Asia grazie ad
internet. E lo fanno. Poi c’è lo studio delle lingue...
Ebbene, dov’è il tranello?
Il tranello è che ti offrono solo culture «mercificate». Si accettano altri
modi di vestire, mangiare e cantare, ma non di pensare. Non si accetta una
politica diversa da quella occidentale. Qui il papa ha ragione quando parla
di colonialismo.
I dominatori della globalizzazione vogliono convincerci che «le guerre di
civiltà» sono inevitabili. È una tesi condivisa pure da indù e musulmani,
fautori delle «guerre di religione» per difendersi, specie se minoritari.
Perché gli indù ammazzano i musulmani in India e viceversa in Indonesia?
Perché i cristiani (se possono) vogliono conquistare il mondo con
l’evangelizzazione? I dirigenti, invece di promuovere sempre il rispetto
dell’altro, ne criticano la mancanza solo quando loro conviene. La
difficoltà del missionario o dell’intellettuale è eloquente: pur aperti,
sono sempre parte di una cultura che li condiziona. L’arroganza del
«pensiero unico» è in agguato (2).
Ha fatto sensazione nel 1991 il libro «E se l’Africa rifiutasse lo
sviluppo?» di Axelle Kabou (camerunense), con la tesi: mentre lo sviluppo si
è realizzato in occidente e in qualche paese dell’Asia, è fallito in Africa,
perché la cultura locale è parassitaria, pigra.
È abbastanza vero che la cultura africana è antropologicamente refrattaria
allo sviluppo del capitalismo mercantile. Ma questo potrebbe tramutarsi in
una opportunità per i popoli africani. Forse il XXI secolo sarà dell’Africa.
Il fatto è che l’Africa, stretta dal Fondo monetario internazionale o
dall’Organizzazione mondiale del commercio, è in crisi e deve accodarsi al
più forte che le impone il «pensiero unico» (2).
Mi auguro che questo sia un fatto passeggero. Io sono prudentemente
fiducioso sul futuro dell’Africa.
Circa il «pensiero unico», ritenuto (come la globalizzazione) necessario per
tutti, noto qualche significativo «distinguo». Si veda il Giappone, il paese
asiatico più occidentalizzato, che ha conservato il culto degli antenati con
gli altarini in famiglia; ha il culto della vita, corpo e anima, che gli
deriva dallo scintoismo... Pur nel «pensiero unico», il pluralismo non è
morto. Oggi si parla di globalizzazione dal volto umano, con nuove regole,
sconfessando quindi quella precedente. Anche questo è pluralismo.
Professore, se lei dovesse presentarsi ai lettori di «Missioni
Consolata», cosa direbbe di se stesso?
Che sono «un operaio della parola», presente per indicare soluzioni
alternative alla mondializzazione dell’economia di mercato.
NOTE:
(1) Il MAI (Multilateral Agreement on Investment, accordo mondiale sugli
investimenti) prevedeva non solo libertà di investire, ma anche garanzia di
protezione persino nel sud del mondo; in caso di perdite, lo stato avrebbe
dovuto risarcire gli investitori. L’«accordo» (che aveva il benestare di
Renato Ruggiero, allora direttore dell’Organizzazione mondiale del
commercio) venne bocciato nel 1998 (cfr. Missioni Consolata, gennaio 1999).
(2) Sul «pensiero unico», cfr. Ignacio Ramonet (e AA. VV.), Il pensiero
unico e i nuovi padroni del mondo, Strategia della lumaca, Roma 1996.
SCHEDA BIOGRAFICA:
RICCARDO PETRELLA, «OPERAIO DELLA PAROLA»
Nato nel 1941 a La Spezia, Riccardo Petrella si è laureato a Firenze in
Scienze politiche, specializzandosi in economia politica. Sposato con Anne,
ha due figli.
Dal 1979 al 1994 è a capo del programma FAST (Forecasting and Assesment in
Science and Technology) presso la Comunità europea. Oggi è presidente del
«Gruppo di Lisbona» e dell’«Università europea dell’ambiente». Insegna
(mondializzazione) all’università cattolica di Lovanio (Belgio), come pure
alla «Libera Università» di Bruxelles (sessione olandese).
È autore di libri e articoli sullo sviluppo industriale, sull’innovazione
tecnologica e i suoi rapporti con le politiche sociali. Fra le sue
pubblicazioni:
- Il bene comune/Elogio della solidarietà, Edizioni Diabasis, Reggio Emilia
1997;
- Il manifesto dell’acqua, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001;
- «Per un contratto mondiale dell’acqua» in Le monde diplomatique/il
manifesto, novembre 1997; «La nuova conquista dell’acqua» in Le monde
diplomatique/il manifesto, marzo 2000; «Le cinque trappole dell’educazione»
in Carta, aprile 2001.
Il professor Petrella, «un operaio della parola» come ama definirsi, è stato
ospite in un week-end di studio organizzato dalla «Scuola per
l'alternativa».
Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista «Missioni Consolata»
(settembre 2001).